Cari associati, nell’augurare a tutti un buon Natale e un felice 2010 vorrei riportare una notizia apparsa sul Sole 24 Ore in questi giorni;
… In India si usa dire che non sarai mai davvero povero finché potrai permetterti un tozzo di pane e una cipolla. Per molti l’acquisto di questo umile bulbo – che tra l’altro costituisce la base di innumerevoli ricette indiane – è improvvisamente diventato un lusso: nel giro di una settimana, a causa del maltempo che ha rovinato i raccolti, il prezzo di un chilo di cipolle è raddoppiato, arrivando fino a 70 rupie, circa 1,20 euro. Una cifra che può essere insostenibile in un paese in cui 420 milioni di persone – un quarto della popolazione – vivono sotto la soglia di povertà. Per il caro-cipolla si può morire di fame. La gente lo sa. E lo sa anche il governo…
Fa forse sorridere che una delle più forti economie emergenti, vada in crisi per la mancanza di un bene alimentare come la cipolla, ma tale evento mette in luce tutta la fragilità delle politiche economiche e sociali e agricole che contraddistinguono gli ultimi decenni. Fa riflettere ciò che accade nel mondo globalizzato, dove vediamo un globo con due facce, uno che è in affanno per una crescita che non c’è più e un altro che invece è in crisi perché non riesce a produrre quanto serve. Vorrei a tal proposito commentare quello che succede nel nostro mondo globalizzato con il pensiero espresso da Maria Osmarina Marina Silva Vaz de Lima (1958), membro del Partito Verde Brasiliano e candidata alla presidenza della repubblica nelle elezioni presidenziali del 2010, la quale afferma: << ……. Certo, tutto quello che si può fare a beneficio dei poveri è benvenuto, ma è necessario porre in discussione la profondità e la portata delle azioni meramente compensatorie perché si annida, in esse, un substrato preoccupante: la tacita accettazione che la povertà sia un evento “normale” nella società competitiva, sempre che sia mantenuto sotto controllo, per motivi di sicurezza spesso mescolati ad un sentimento umanitario. La tendenza alla cristallizzazione di questa logica è chiara nel mondo attuale, nel momento in cui la velocità e l’ampiezza della circolazione delle informazioni sono servite fino ad ora (anche) per permettere la visualizzazione della povertà come un fenomeno planetario scandaloso generatore di due mondi. Il mondo degli inclusi nel benessere della globalizzzione e quello degli esclusi, che compongono permanentemente la categoria di “problema sociale”, ossia una specie di sub-umanità. Quando si discute la povertà, si deve quindi far riferimento a questa terribile e inaccettabile razionalità, che rivela la spaventosa fossa tra etica ed economia. È come se le ragioni economiche dovessero orientare i nostri valori e il nostro senso di umanità, e non il contrario…>>
Concludo condividendo pienamente che “non c’è nessun motivo perché globalizzazione significhi necessariamente una separazione di mondi di tal genere, incompatibilità con una economia orientata da valori umani. L’approccio etico, e non meramente strumentale, dell’economia è oggi la nostra grande sfida. Forse è il segreto per disfare il nodo che strangola gli sforzi per combattere le situazioni di povertà nel mondo, dal momento che metterà in evidenza la brutale, disumana incoerenza tra intenzioni e azioni di coloro che, dall’alto del loro potere, come in un estemporaneo circo romano, determinano “per motivi economici”, chi deve sopravvivere e chi deve morire.
Un augurio di cuore
Il presidente provinciale Massimo Sandroni
