Dall’agropirateria alle truffe sulla Pac, dal caporalato al saccheggio del patrimonio boschivo, dall’usura al controllo delle filiere agroalimentari, la piovra della criminalità organizzata allunga i tentacoli sul comparto, “coltivando” un business da 50 miliardi di euro l’anno, pari a quasi un terzo dell’economia illegale nel Paese. La denuncia arriva con il Rapporto su legalità e sicurezza 2014 presentato dalla Cia, in collaborazione con la Fondazione Humus, a Roma all’Auditorium “G. Avolio”. L’infiltrazione mafiosa nel settore primario produce più di 240 reati al giorno e mette sotto scacco oltre 350 mila agricoltori. Con una lista di reati lunga e pesante: non ci sono solo i 14 miliardi l’anno delle agromafie in senso stretto, vanno aggiunti i 4,5 miliardi calcolati tra furti e rapine; e poi i 3,5 miliardi del racket e i 3 miliardi dell’usura; e ancora 1,5 miliardi per le truffe all’Unione europea e 1 miliardo solo per la contraffazione alimentare in Italia; infine 1 miliardo per le macellazioni clandestine e quasi 20 miliardi di euro legati alle ecomafie tra abusivismo edilizio, discariche illegali e incendi boschivi dolosi. “Attraverso il controllo nelle campagne -ha spiegato il presidente della Cia, Dino Scanavino- le mafie cercano di incrementare i propri affari illeciti esercitando il controllo in tutta la filiera, dai campi alla tavola. Non c’è più in gioco solo il potere su un determinato territorio, la criminalità organizzata vuole far fruttare i patrimoni, introducendosi in quei comparti ‘anticrisi’ che si stanno dimostrando sempre più determinanti per la ripresa dell’economia nazionale, come appunto l’agroalimentare”. Per questo, secondo il presidente della Cia, serve un’azione congiunta tra aziende, istituzioni, forze dell’ordine e magistratura. Oltre a rendere sempre più veloci ed efficienti le norme per l’assegnazione e il riutilizzo dei beni confiscati alla mafia. Solo così, per Scanavino, è possibile debellare questo “cancro” che sta corrodendo sempre di più la nostra economia.
