Agrinsieme è tornato a  sollecitare il Parlamento a trovare al più presto una soluzione che permetta la soppressione dell’obbligo (introdotto dalla legge di stabilità) di comunicazione all’Amministrazione finanziaria delle operazioni ai fini Iva (il cosiddetto “Spesometro”) per i piccoli produttori agricoli, quelli, cioè, che non superano i 7 mila euro di vendite l’anno. La reintroduzione di questo obbligo è, infatti, una misura penalizzante che accresce la burocrazia, aumenta i costi e rischia di mettere in ginocchio le imprese. La sua soppressione, che non avrà oneri per la spesa pubblica, diventa urgente in quanto i piccoli agricoltori dal prossimo aprile sono tenuti agli adempimenti previsti dal provvedimento.

Per la CIA già nella votazione della Legge di Stabilità era indispensabile l’abolizione del cosiddetto spesometro per gli esonerati cioè la comunicazione all’ammi­nistrazione finanziaria delle operazioni ai fini Iva per i produttori agri­coli con giro d’affari inferiore ai 7mila euro. In realtà il provvedimento è en­trato e uscito più volte dal­l’impianto della Stabilità 2014. Dopo essere stato can­cellato dal decreto Sviluppo del 2013. Già al suo ingres­so nella nuova «Finanziaria» infatti c’era stato il parere negativo della commissione Agricoltura del Senato che l’aveva disattivato con un emendamento delle senatrici Pignedoli e Bertuzzi. Poi pe­rò nella stesura era riappar­so. La Coldiretti ha spinto molto sull’obbligo delle dichiarazioni finalizza­te a garantire trasparenza nei «movimenti» dei prodotti agricoli. Agrinsieme, ha insistito ribadendo che le dichiarazioni hanno come unico effetto quello di aggravare i costi del­le imprese che sono costrette a pagare le prestazioni per il servizio. Così ha dichiarato il coordinatore di Agrinsieme «Non è una que­stione di trasparenza ma è un pro­blema di costi e pesanti oneri burocratici a danno di tanti piccoli agricoltori. Chi, co­me il presidente della Coldiretti Moncalvo, si di­chiara favorevole alla reintro­duzione dello Spesometro (eliminato dal decreto svilup­po del 2013) non pensa agli interessi dei produttori, ma agisce solo contro di loro op­pure per altri fini che non sono certo quelli dell’agricol­tura, della sua crescita, della sua competitività». «Le motivazioni che han­no spinto alla reintroduzione di tale penalizzante provvedi­mento – spiega una nota di Agrinsieme – non rispondo­no assolutamente a una logi­ca di trasparenza e di traccia­bilità, come sostiene il presi­dente della Coldiretti. Da qui tutta la nostra opposizio­ne e il determinato impegno affinché, nel più breve tem­po possibile, possa essere cancellato un obbligo che comporterebbe, per le circa 400mila piccole aziende agri­cole operanti nel paese, un ulteriore aggravio di costi sti­mabili in diverse centinaia di euro».

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